
Redazione CosaConta
Decidere cosa fare del tuo TFR può sembrare complicato ma non lo è: basta conoscere le opportunità dietro ogni scelta.
Sommario
- Il fondo pensione è rischioso. Il TFR in azienda è più sicuro - Vai
- Ma il fondo pensione investe sui mercati: non è un azzardo? - Vai
- Se metto il TFR in un fondo, non vedo più quei soldi fino alla pensione - Vai
- Le modalità di uscita sono rigide e complicate - Vai
- Se cambio lavoro, il fondo resta bloccato - Vai
- Il TFR in azienda rende di più - Vai
- Con il fondo pensione pago più tasse - Vai
- Non conviene se non ho iniziato subito - Vai
- Non conviene se non sono dipendente full time - Vai
- Tanto la pensione pubblica basta - Vai
- Meglio il TFR, perché i fondi pensione sono strumenti troppo rigidi - Vai
- Ci penserò più avanti - Vai
- Riassumendo - Vai
Hai appena ottenuto il posto di lavoro che desideravi. Fra i vari documenti da firmare, ce n’è uno che non sembra così importante. Però lo è: si tratta della scelta su cosa fare del tuo Trattamento di Fine Rapporto, anche noto come TFR. Lasciarlo in azienda? Destinarlo a un fondo pensione? Per paura di sbagliare, mancanza di informazioni, voci di corridoio, falsi miti o semplicemente perché “ci penserò più avanti”, spesso il neoassunto finisce per lasciare il TFR dove crede che sia più al sicuro: in azienda.
Sicuramente può sembrare la via più semplice. Semplice, però, non significa sempre migliore. Per andare oltre il “semplice” e individuare il “migliore”, bisogna superare i molti luoghi comuni che circolano attorno al TFR. Frasi fatte intercettate sui social, oppure in famiglia, o tra colleghi: “in azienda è più sicuro”, “nel fondo non li vedi più”, “tanto c’è la pensione pubblica”.
Vediamo allora, uno per uno, alcuni dei miti più diffusi secondo il sentire comune. Ne abbiamo individuati 12 e ora proviamo a smontarli con esempi concreti.
Un dettaglio da tenere a mente
La Legge di Bilancio per il 2026 ha introdotto alcune novità molto importanti in materia di previdenza complementare. Al momento, la data fissata per l'entrata in vigore è il 1° luglio 2026. Tuttavia, la COVIP, la Commissione di Vigilanza sui Fondi Pensione, deve ancora pronunciarsi con le proprie disposizioni; pertanto, la data effettiva di entrata in vigore potrebbe subire modifiche. Continua a seguirci e non perdere i nostri aggiornamenti!
Il fondo pensione è rischioso. Il TFR in azienda è più sicuro
Non è proprio così.
I soldi versati in un fondo pensione non finiscono “nelle tasche” della società che lo gestisce: sono custoditi in un patrimonio separato, presso una banca depositaria. Se la società di gestione dovesse avere problemi, il tuo capitale non verrebbe in alcun modo coinvolto.
Con il TFR lasciato in azienda, invece, la situazione è diversa. In questo caso il tuo TFR è un credito, ossia qualcosa che l’azienda ti deve: se tutto procede normalmente, lo riceverai alla fine del rapporto di lavoro; se però l’azienda fallisce, i tempi possono allungarsi.
Ma il fondo pensione investe sui mercati: non è un azzardo?
Chiariamo molto bene questo punto.
Il fondo investe sui mercati e ne può subire le oscillazioni. Tipicamente, però, i soldi rimangono investiti per un orizzonte temporale lungo, di venti, trenta o quarant’anni. Se guardi bene i dati, scopri che, a dispetto delle oscillazioni momentanee, in un arco di tempo così esteso gli indici azionari hanno storicamente recuperato e rivisto al rialzo i loro precedenti livelli.
L’indice MSCI All Country World1, per dire, ha visto quasi quadruplicare il suo valore dal 1999 a oggi (+264,1%), a dispetto di tutto quanto successo: bolla dot-com, crisi dei mutui di bassa qualità negli USA, Brexit, pandemia, conflitti e quant’altro.
C’è poi da considerare che il fondo, di per sé, è uno strumento che diversifica i suoi investimenti. Investendo nella previdenza complementare, tra l’altro, puoi scegliere il livello di rischio: più dinamico o più prudente. Non è mai una scommessa affidata al caso, ma una scelta consapevole dei rischi e delle potenzialità.
Se metto il TFR in un fondo, non vedo più quei soldi fino alla pensione
Assolutamente no!
Puoi infatti chiedere anticipazioni:
fino al 75% per spese mediche (tassazione al 15%, riducibile fino al 9%);
fino al 75% per acquisto o ristrutturazione della prima casa (dopo otto anni, tassazione al 23%);
fino al 30% per qualsiasi esigenza (dopo otto anni, tassazione al 23%).
Esempio: c’è Gaia che, dopo dieci anni di lavoro, ha bisogno di ristrutturare casa. Arrivata a questo punto, potrà usare una parte del suo fondo.
Esistono anche casi nei quali è possibile il riscatto totale o parziale: disoccupazione prolungata, invalidità grave, cessazione del rapporto di lavoro.
In base alla Legge di Bilancio 2026, inoltre, a partire dal primo luglio 2026 aumenterà la quota del montante – ossia del capitale complessivo accumulato nel fondo, composto da contributi versati e rendimenti maturati nel tempo – che si potrà riscuotere in capitale alla maturazione dei requisiti pensionistici: si potrà arrivare fino a un massimo del 60%, rispetto all’attuale 50%.
Le modalità di uscita sono rigide e complicate
La situazione è un po’ diversa.
Le modalità di erogazione delle prestazioni, infatti, sono sempre più flessibili. Oltre alla classica rendita vitalizia – vale a dire, una pensione integrativa pagata per tutta la vita – in base alla Legge di Bilancio 2026, a partire dal primo luglio di quest’anno, saranno previste altre modalità di erogazione delle prestazioni, più adattabili all’esigenza dei beneficiari.
Rendita a durata definita: il capitale accumulato si può convertire in una rendita erogata per un periodo prestabilito, calcolato in base alla vita attesa residua.
Prelievi liberamente determinabili nei limiti della somma delle rate, maturate e non riscosse, della rendita a durata definita. L’aderente può decidere liberamente quando e quanto prelevare nei limiti della somma delle rate, maturate e non riscosse, della rendita a durata definita.
Erogazione frazionata del montante accumulato per un periodo non inferiore a cinque anni. Il montante è diviso in più tranche distribuite nel tempo, per almeno cinque anni, il che lascia all’aderente un certo margine nella pianificazione dei flussi di reddito.
Insomma: quando arrivi alla pensione, non sei vincolato a un’unica soluzione. In futuro, per esempio, potresti incassare parte della prestazione in capitale e parte in rendita, mantenendo il montante investito presso la forma previdenziale complementare.
Se cambio lavoro, il fondo resta bloccato
Si sente dire spesso, ma non è così.
La posizione è tua, non dell’azienda. Se cambi lavoro puoi:
- trasferire tutto in un altro fondo;
- sospendere i versamenti (cosa che, per inciso, puoi fare anche se non cambi lavoro);
- in ogni caso, mantenere l’anzianità maturata (a meno che non riscatti totalmente la posizione accumulata).
Esempio. Dopo aver lavorato per otto anni in un’azienda metalmeccanica, Davide cambia settore. Perde quanto versato fino a quel momento? Assolutamente no: Davide può trasferire la sua posizione nel nuovo fondo di riferimento. E non perde nulla.
In alcune situazioni, poi, è possibile riscattare il montante accumulato, come abbiamo visto. Quel che è essenziale tener presente è che la posizione nel fondo è personale e segue il lavoratore.
La normativa, poi, permette il trasferimento fra qualsiasi tipo di forma pensionistica complementare: puoi spostare la tua posizione tra fondi negoziali (chiusi), fondi aperti, Piani Individuali Pensionistici (PIP).
Il TFR in azienda rende di più
Non è affatto una regola.
Ogni anno, il TFR lasciato in azienda si rivaluta dell’1,5% fisso, più il 75% dell’inflazione.
Facciamo un esempio:
con un tasso di inflazione al 2%, la rivalutazione totale è di circa il 3%;
con un tasso di inflazione più robusto, al 4%, la rivalutazione è al 4,5% circa.
È un meccanismo certo, ma limitato. I fondi pensione, invece, investono sui mercati: possono perciò avere oscillazioni nel breve, ma negli ultimi dieci e venti anni, secondo i dati COVIP, le linee azionarie hanno reso mediamente oltre il 4% annuo, contro il 2,5% circa della rivalutazione del TFR2.
Non solo. Se versi il TFR in un fondo negoziale e ci aggiungi anche un tuo contributo, il datore di lavoro è tenuto a versare una quota aggiuntiva. È come ricevere uno “stipendio differito” in più. Se lasci il TFR in azienda, quel contributo extra non arriva.
Con il fondo pensione pago più tasse
Convinzione diffusa, ma non corretta.
Il TFR in azienda, al momento della liquidazione, viene tassato con un’aliquota calcolata sulla media degli ultimi anni: per i redditi medio-alti, può superare il 23%. Nel fondo pensione, la tassazione parte dal 15% e può scendere fino al 9%, in virtù degli anni di permanenza. Più nel dettaglio, a partire dal quindicesimo anno di partecipazione, la tassazione si riduce di 0,3 punti percentuali per ogni anno in più, fino a una riduzione massima di 6 punti percentuali.
In più, i contributi volontari (escluso il TFR) sono deducibili fino a 5.300 euro l’anno (limite di deducibilità innalzato dal primo gennaio di quest’anno dalla Legge di Bilancio 2026).
Paola, per dire, versa 5.000 euro l’anno e ha un’aliquota IRPEF del 35%: grazie alla deducibilità il suo imponibile si riduce, così Paola può risparmiare all’incirca 1.750 euro di tasse ogni anno. È come se lo Stato le restituisse una parte di quello che sta accantonando.
Non solo: quando riceverai la prestazione pensionistica, vedrai tassata solo la parte dei premi che hai dedotto negli anni.
Non conviene se non ho iniziato subito
È un’idea abbastanza comune, ma… no.
Anche dieci o quindici anni di contributi fanno la differenza. Ogni anno in più significa:
- più capitale accumulato;
- più rendimenti;
- più vantaggi fiscali.
Per fare un esempio molto semplice: se versi 100 euro al mese per dieci anni, alla fine avrai accantonato 12.000 euro, ai quali vanno aggiunti i rendimenti nel tempo, che con l’interesse composto ti possono remunerare in modo più consistente, e gli eventuali vantaggi fiscali.
Ipotizzando un tasso di interesse annuale del 4% (in linea con quanto hanno reso i fondi pensione azionari negli ultimi dieci e venti anni, secondo le indicazioni della COVIP), con l’interesse composto alla fine dei dieci anni avresti 14.724,97 euro, a fronte dei 12.000 investiti.
Non è poco, soprattutto se pensi che si tratta di un’integrazione alla pensione pubblica.

Non conviene se non sono dipendente full time
Le cose stanno diversamente.
Anche chi lavora part‑time, ha una carriera discontinua o svolge un’attività autonoma può aderire a una forma di previdenza complementare. È un tema che riguarda tutti, anche chi ha un impiego stabile e continuativo: in alcune situazioni, però, diventa ancora più rilevante. Chi ha un percorso professionale meno lineare, infatti, potrebbe averne un bisogno ancora maggiore. Quando i versamenti non sono regolari, integrare la pensione futura diventa una scelta ancora più strategica.
Tanto la pensione pubblica basta
I numeri dicono altro.
Clara è andata in pensione nel 2020, a 67 anni, dopo 38 di carriera continuativa: può contare su un tasso di sostituzione – il rapporto, cioè, tra ultimo stipendio e prima pensione – dell’81,5%. Ipotizzando che il suo ultimo stipendio sia stato di 2.000 euro, ciò vuol dire che la sua pensione ammonta a 1.630 euro. Non va altrettanto bene a sua figlia, che oggi ha 33 anni e che, con la stessa identica carriera, potrebbe fermarsi al 64,8%. Tradotto: a fronte di un ultimo stipendio di 2.000 euro netti, potrebbe ritrovarsi con circa 1.300 euro di pensione. La previdenza complementare serve proprio a ridurre questo divario.
Meglio il TFR, perché i fondi pensione sono strumenti troppo rigidi
Vale la pena di chiarire meglio questo punto.
Con un fondo pensione puoi:
- fare versamenti aggiuntivi quando vuoi, per far crescere più velocemente il tuo capitale;
- mettere in pausa i contributi, se in un certo periodo hai altre priorità;
- cambiare comparto, adattando il livello di rischio alla fase della tua vita;
- scegliere come ricevere i soldi alla pensione, tra capitale, rendita o una combinazione dei due.
Ci penserò più avanti
È il rischio più grande.
Il tempo è il vero alleato della previdenza: rimandare di dieci anni significa perdere dieci anni di accumulo, rendimento e vantaggi fiscali.
Tutto questo non vuol dire che lasciare il TFR in azienda sia, di per sé, “sbagliato”: significa solo che la scelta va fatta consapevolmente, non per inerzia, pigrizia o convinzioni errate.
Riassumendo
Scegliere cosa fare del TFR è una decisione importante: proprio per questo, non deve essere guidata da timori o da informazioni non corrette o incomplete. Conoscere meglio come funzionano le diverse opzioni aiuta a fare una scelta più consapevole per il futuro.
- Il TFR in azienda e quello nel fondo pensione funzionano in modo diverso: ciascuna soluzione ha le sue specifiche caratteristiche.
- Mettere il TFR in un fondo pensione non significa rinunciare ai tuoi soldi: infatti esistono anticipazioni e modalità di uscita flessibili.
- La previdenza complementare può integrare la pensione pubblica, che per le generazioni più giovani potrebbe essere molto più modesta rispetto al reddito da lavoro.
- Iniziare presto può fare la differenza: anche pochi anni di contribuzione in più possono aiutare a costruire un capitale più consistente nel tempo.
Insomma, il documento che firmi nel tuo primo giorno di lavoro può cambiare le tue prospettive e la traiettoria del tuo benessere futuro: è bene, quindi, sfatare per tempo tutti i falsi miti.





