
Redazione CosaConta
Aggiornato al 2 ottobre 2026
In Italia si lascia la casa dei genitori dopo i 30 anni. Ma dietro il luogo comune dei “mammoni” ci sono fattori concreti che rendono difficile costruire la propria indipendenza economica.
Sommario
- Cosa dicono davvero i dati Eurostat sui giovani italiani - Vai
- Perché in Italia si lascia casa più tardi: i fattori economici - Vai
- Lavoro instabile e primi stipendi: il nodo dell’occupazione giovanile - Vai
- Il costo della casa: dall’affitto al mutuo - Vai
- Cosa serve davvero per andare a vivere da soli - Vai
- Il primo budget: spese fisse, spese variabili e imprevisti - Vai
- Come costruire consapevolezza finanziaria prima del grande passo - Vai
- Ricapitolando - Vai
- Domande e risposte - Vai
I giovani italiani lasciano la casa dei genitori quasi quattro anni più tardi rispetto alla media europea. La differenza non si spiega soltanto con abitudini e modelli familiari: pesano la stabilità del lavoro, affitti cresciuti più degli stipendi e il costo dell’abitare.
In Italia, i giovani lasciano la casa dei genitori “tardi”. Oltre i 30 anni, ci dice Eurostat, contro una media europea di circa 26 anni. Che, pure, non è bassissima. È una questione di atteggiamento troppo “choosy” nella ricerca del primo impiego, per riprendere una celebre espressione usata nel 2012 dall’allora ministra Elsa Fornero? Siamo davvero davanti a una generazione di giovani adulti che stanno troppo bene a casa di mamma e papà, con tanto di vitto, alloggio e compagnia gratis? In realtà, come puoi immaginare, la questione va ben oltre il luogo comune dei classici italiani “mammoni”.
Dietro la decisione di andare a vivere da soli ci sono sì scelte personali e familiari, ma pesano anche fattori molto concreti: trovare un lavoro, poter contare su entrate sufficientemente stabili, sostenere un affitto e, magari più avanti, riuscire a comprare una casa.
Proviamo ad analizzare il fenomeno partendo dai numeri.
Cosa dicono davvero i dati Eurostat sui giovani italiani
Stando all’ultimo rapporto Eurostat, in Italia si esce di casa, in media, a 30,2 anni. Quasi quattro anni più tardi rispetto alla media dell’Unione Europea, che nel 2025 si è attestata a 26,3 anni, in lieve aumento dai 26,2 dell’anno precedente.
Non siamo però gli ultimi della classe. Secondo i dati pubblicati a settembre 2026 (e relativi al 2025), l’età media più alta si registra in Croazia, con 31,5 anni, seguita da Grecia e Slovacchia, entrambe a 30,9. Italia e Spagna condividono il gradino successivo, con 30,2 anni.
I numeri Eurostat – è bene precisarlo – fotografano l’età alla quale il 50% della popolazione non vive più nello stesso nucleo familiare dei propri genitori. In altre parole, misurano l’età di uscita dalla famiglia di origine, non necessariamente il raggiungimento di una piena indipendenza economica.
Per esempio, chi vive per conto proprio ma riceve ancora un aiuto economico dai genitori per pagare parte dell’affitto rientra comunque tra chi ha lasciato casa.
Ma torniamo ai dati, che cambiano radicalmente nei Paesi del Nord Europa, dove tradizionalmente i giovani escono di casa molto prima. In Finlandia l’età media è 21,4 anni, in Danimarca 21,8, mentre Estonia e Lituania si fermano a 22,7. Significa che tra i due estremi dell’Unione Europea “ballano” oltre dieci anni.
E non sembra trattarsi di un fenomeno passeggero. A livello europeo, l’età di uscita da casa è sorprendentemente stabile: si mantiene intorno ai 26 anni dal 2002. Le grandi differenze tra un Paese e l’altro suggeriscono che, oltre alle preferenze individuali e ai modelli familiari, entrino in gioco anche condizioni economiche e sociali molto diverse.
Perché in Italia si lascia casa più tardi: i fattori economici
Il lavoro sembra essere uno dei primi tasselli del puzzle, come evidenzia Eurostat. Nei Paesi in cui i giovani lasciano la casa dei genitori prima della media europea, come Paesi Bassi, Danimarca, Germania e Svezia, il tasso di occupazione tra i 20 e i 29 anni tende a essere più elevato. Al contrario, nei Paesi dove si esce più tardi – Italia, Spagna, Grecia e Croazia – l’occupazione giovanile si colloca al di sotto della media UE (65,5% nel 2025).
E si sa: per diventare autonomi, bisogna innanzitutto poterselo permettere.
Lavoro instabile e primi stipendi: il nodo dell’occupazione giovanile
Negli ultimi anni, in Italia, qualche passo avanti c’è stato. Secondo l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL), tra il 2015 e il 2025 la quota di giovani italiani tra i 15 e i 29 anni che non studiano, non lavorano e non seguono percorsi di formazione – i cosiddetti NEET – è quasi dimezzata, passando dal 25,7% al 13,3%. Si tratta della riduzione più consistente registrata nell’Unione Europea nel decennio, anche se il dato italiano rimane superiore alla media UE, pari al 10,9%.
Il percorso verso l’indipendenza economica, però, può essere ancora lungo. Nel 2025, tra i giovani italiani 20-34enni che avevano concluso da uno a tre anni il percorso di istruzione o formazione, il 71,8% aveva un lavoro, contro l’83% nella media europea.
Anche quando l’occupazione c’è, non sempre offre subito la stabilità necessaria per fare progetti a lungo termine: il 31,3% dei dipendenti tra i 15 e i 29 anni aveva un contratto a termine, mentre tra i giovani occupati part-time il 61,4% lavorava a orario ridotto perché non aveva trovato un impiego a tempo pieno.
Un contratto d’affitto, le bollette e tutte le altre spese di casa sono impegni che si ripresentano ogni mese e che richiedono un reddito sufficientemente stabile e prevedibile: sapere quanto entrerà sul conto – non solo oggi ma anche domani – è decisivo per capire se è il momento giusto per lasciare la famiglia d’origine.
Il costo della casa: dall’affitto al mutuo
Trovare un impiego è solo una parte della storia. L’altro punto cruciale è riuscire a trovare una casa che ci possiamo permettere con quell’impiego, in una zona ragionevolmente vicina a dove si è trovato lavoro.
Negli ultimi anni, in molte città italiane gli affitti sono cresciuti molto più rapidamente degli stipendi. Secondo un’elaborazione CNA su dati dell’Osservatorio del Mercato Immobiliare dell’Agenzia delle Entrate, tra il 2019 e il 2025 nei principali capoluoghi analizzati i canoni di locazione di un appartamento di 70 metri quadrati sono aumentati tra il 19% e quasi il 50%, a fronte di una crescita delle retribuzioni più contenuta, generalmente compresa fra il 7% e il 15%. A Milano e Firenze, per esempio, l’aumento degli affitti ha raggiunto il 49%.
È un paradosso: alcune delle città che offrono maggiori opportunità di studio e lavoro sono le stesse in cui il costo di un alloggio è più proibitivo. Per esempio, rileva CNA:
- a Milano l’affitto di un appartamento di 70 metri quadrati arriva ad assorbire il 73% dello stipendio netto medio;
- a Firenze si tocca il 62%;
- si supera la metà della retribuzione anche a Bologna, Venezia, Roma, Padova, Verona e Pisa.
Significa che magari riesci anche a pagarti una casa, ma poi non puoi permetterti di pagare le bollette. O di uscire a mangiare una pizza. E la pressione non sembra essersi esaurita: anche le rilevazioni più recenti di Banca d’Italia segnalano canoni ancora in aumento in buona parte del Paese.
Comprare casa richiede un impegno economico ancora diverso ed è un passo che tende ad arrivare più avanti nella vita. I dati CRIF mostrano che nel 2025 gli under 40 hanno rappresentato circa il 56% delle nuove erogazioni di mutui, ma per sostenere l’acquisto si ricorre spesso a scadenze lunghe: meno di un mutuo su cinque sottoscritto dagli under 40 ha una durata pari o inferiore a vent’anni. Distribuire il rimborso su un periodo più lungo permette infatti di contenere l’importo della rata mensile.
Insomma, “spiccare il volo” non è semplicemente una questione di età o di voglia di farlo: esistono ostacoli oggettivi. E anche quando finalmente le condizioni ci sono, è importante valutare quanto costa davvero andare a vivere da soli e come prepararsi a gestire tutte le nuove spese, che vanno ben oltre il canone di affitto.
Cosa serve davvero per andare a vivere da soli
Naturalmente non esiste una cifra valida per tutti: vivere a Milano o in un piccolo centro, dividere un appartamento con altre persone o affittarne uno da soli (oppure optare direttamente per un mutuo) sono tutte variabili che possono cambiare radicalmente il conto finale. A seconda della situazione individuale, tuttavia, si può provare a fare una stima, per capire se il grande passo è sostenibile: per esempio, si possono mettere nero su bianco (o in un foglio Excel) tutte le entrate e uscite previste, costruendo un primo budget personale.
Il primo budget: spese fisse, spese variabili e imprevisti
Partiamo dalle spese fisse, quelle che sappiamo già che torneranno con una certa regolarità: affitto, eventuali spese condominiali, abbonamento ai trasporti, telefono e altri servizi sottoscritti. A queste si aggiungono le spese variabili, che possono cambiare di mese in mese: bollette, spesa alimentare, tempo libero e acquisti personali.
Attenzione, poi, alle spese che non si presentano tutti i mesi ma che prima o poi arrivano: una visita medica, un elettrodomestico da sostituire, un invito a un matrimonio. Accantonare in partenza anche una quota per gli imprevisti permette di non considerare automaticamente spendibile tutto ciò che rimane dopo aver pagato le spese ordinarie.
Infine, ci sono le spese “di avviamento”: trasloco, deposito cauzionale, eventuali commissioni e primi acquisti per arredare o attrezzare l’abitazione possono rendere il costo iniziale dell’indipendenza ben più alto di una normale mensilità.
A questo punto il confronto è semplice: quanto entra ogni mese e quanto prevediamo che esca? Se le entrate superano le spese, la differenza rappresenta il margine che possiamo destinare al risparmio e ai nostri obiettivi. Se invece i conti sono troppo tirati, il budget ci permette di scoprirlo prima. E di capire su quali voci possiamo eventualmente intervenire.
Come costruire consapevolezza finanziaria prima del grande passo
Fare un budget non serve soltanto a capire se oggi possiamo permetterci di andare a vivere da soli. È anche un primo esercizio di consapevolezza finanziaria: ci costringe a capire quanto spendiamo, quali costi possiamo modificare e quanto riusciamo effettivamente a risparmiare.
Non è necessario aspettare di avere le chiavi della nuova casa per cominciare (e non è troppo tardi iniziare se si è già usciti da tempo da casa di mamma e papà). Tenere traccia delle proprie spese è sempre una buona idea. Per esempio, si può iniziare quando si vive ancora in casa dei genitori, in modo da costruire un piccolo cuscinetto per affrontare gli imprevisti o le spese iniziali che abbiamo visto prima.
Man mano che l’autonomia cresce, diventa poi importante prendere confidenza con gli strumenti che servono a gestirla: imparare a controllare entrate e uscite sul conto corrente, distinguere ciò che possiamo spendere da ciò che vogliamo risparmiare e iniziare a fissare degli obiettivi.
Lasciare la casa dei genitori è solo il primo passo: i successivi prevedono di iniziare a gestire in autonomia una parte importante della nostra vita economica.
Ricapitolando
Nel 2025, in Italia, l’età media di uscita dalla casa dei genitori è stata di 30,2 anni, contro i 26,3 della media europea. Il dato misura l’uscita dalla famiglia di origine, non necessariamente la piena indipendenza economica. Dietro le differenze fra i Paesi entrano in gioco anche fattori economici.
Cosa hai imparato?
- In Italia l’ingresso nel mondo del lavoro e, soprattutto, la possibilità di contare su entrate stabili e prevedibili possono rendere più lungo il percorso verso l’autonomia.
- A pesare è anche il costo della casa: in molte città italiane negli ultimi anni gli affitti sono cresciuti molto più degli stipendi, rendendo più difficile sostenere da soli le spese di un’abitazione.
- Prima di andare a vivere da soli è utile costruire un budget personale, considerando non solo affitto e bollette ma anche spese quotidiane, imprevisti e costi iniziali come deposito cauzionale, trasloco e arredamento.
- Imparare a monitorare entrate e uscite e ad accantonare parte delle proprie risorse può aiutare a prepararsi al grande passo e, più in generale, a costruire una maggiore consapevolezza finanziaria.
Domande e risposte
A che età i giovani italiani lasciano la casa dei genitori?
Secondo Eurostat, nel 2025 l’età media di uscita dalla casa dei genitori in Italia è stata di 30,2 anni, contro una media UE di 26,3 anni. L’Italia è tra i Paesi europei in cui si esce più tardi, dopo Croazia, Grecia e Slovacchia e alla pari con la Spagna.
Lasciare la casa dei genitori significa essere economicamente indipendenti?
Non necessariamente. L’indicatore Eurostat considera se una persona vive ancora nello stesso nucleo familiare dei genitori, ma non misura la sua autonomia economica. Un giovane che vive per conto proprio ma riceve ancora un sostegno economico dalla famiglia risulta comunque uscito di casa.
Perché in Italia si lascia casa più tardi rispetto al resto d’Europa?
Non esiste una sola spiegazione. Accanto a fattori culturali, familiari e personali, possono pesare le condizioni economiche: ingresso nel mercato del lavoro, stabilità delle entrate e costo dell’abitazione. Eurostat rileva inoltre che nei Paesi in cui si lascia casa più tardi il tasso di occupazione giovanile tende a essere più basso.
Quanto costa andare a vivere da soli?
Non esiste una cifra valida per tutti. Il costo dipende dalla città, dal tipo di abitazione e dal fatto di vivere da soli o condividere la casa. Oltre all’affitto bisogna considerare condominio, utenze, spesa alimentare, trasporti, tempo libero, eventuali imprevisti e i costi iniziali, come deposito cauzionale e trasloco.
Come si costruisce un primo budget per l’indipendenza?
Si parte mettendo a confronto le entrate previste con tutte le uscite. È utile distinguere tra spese fisse, come affitto e abbonamenti, spese variabili, come alimentari e tempo libero, e una quota da accantonare per imprevisti e risparmio.
Il lavoro precario influisce sull’età di uscita di casa?
Può essere uno dei fattori che rendono più difficile programmare l’uscita dalla famiglia di origine. Un reddito stabile e prevedibile facilita infatti la gestione di impegni ricorrenti come affitto e bollette.





